CREATIVITA' = celebrazione dell’ignoranza come fosse produzione artistica.
Un invito a restituire profondità a ogni forma artistica, ormai sempre più superficiale come il mondo che ci circonda.
Siamo circondati dalla parola “creatività”.
Viene usata ovunque: nei social, nelle scuole, nelle aziende. Tutti si definiscono creativi, tutti pensano che sia sufficiente un’intuizione, un impulso istintivo, un gesto spontaneo per fare arte.
Ma, come ricordava Enzo Mari, la creatività produce solo il nulla, la merda.
E il problema riguarda qualsiasi ambiente inerente all’arte: vale anche per l’architettura, la musica, la moda, il design…
Tutto ciò che pretende di essere un atto creativo viene spesso ridotto a un’espressione casuale senza radici, senza metodo, senza conoscenza, senza studio e pensiero profondo.
Per questo, a un buon occhio risulta immediatamente superficiale.
Il mito della creatività spontanea
Viviamo in un tempo in cui basta uno scarabocchio per sentirsi artisti.
Basta una foto filtrata per credersi fotografi.
Basta un moodboard preso da Pinterest per spacciarsi per progettisti.
Un mondo piatto e senza profondità, la creatività non è un dono mistico.
Non è un istinto libero.
E, soprattutto, non è un sostituto dello studio.
La creatività da sola non genera opere, ma tentativi infantili che chiunque saprebbe creare e che, per questo, non hanno anima né interesse artistico.
A volte carini, spesso irrilevanti, quasi mai significativi.
Il talento non basta. E quasi nessuno ce l’ha.
C’è poi un’altra illusione: quella del talento naturale.
Molti pensano di averlo, pochissimi lo possiedono davvero.
E anche nei rari casi in cui esiste, non può vivere senza disciplina.
Un talento non allenato diventa un rimpianto.
Uno studio costante, contornato da amore, passione e sofferenza, invece, può arrivare molto più lontano del talento lasciato a marcire.
La verità è semplice:
il talento, a parte quell’uno su un milione, è sempre superato da uno studio feroce e da un amore autentico e viscerale per ciò che si fa.
Tutte le arti richiedono un’enorme quantità di sapere
Chi dipinge deve conoscere la storia, la tecnica, l’anatomia, la luce, i materiali.
Chi scolpisce deve comprendere il peso, il volume, la forma, il marmo, la terracotta, i passaggi, i calchi.
Chi fa musica deve studiare armonia, ritmo, struttura, silenzi.
Chi progetta edifici deve sapere tutto ciò che c’è stato prima: tipologie, proporzioni, cultura, storia, tecnologia costruttiva, limiti, norme.
Non esiste arte senza un archivio interno immenso.
Non esiste progetto senza una conoscenza radicata.
Non esiste risultato significativo senza una fase lunga, lenta, spesso invisibile di studio e passione.
Gli schizzi preparatori, le prove, i modelli, i bozzetti, le revisioni, gli errori, le correzioni: questo è arte.
Il resto è improvvisazione amatoriale mascherata da espressione personale.
La creatività serve solo quando è guidata, diventa valore quando è una scintilla nella passione e nella consapevolezza.
Quando non è un pretesto, ma una conseguenza.
Perché senza studio, la creatività non è libertà: è confusione.